Entro in cucina per farmi un tè caldo e noto che Lana si sta preparando il caffè. O almeno, ci prova. Un cucchiaino dopo l’altro, riempie con aria assente il filtro. Sembra me quando faccio il porridge la mattina appena sveglio, che non riesco mai a contare i cucchiai di fiocchi d’avena perché al terzo già mi perdo e non so più se ne ho messi tre o quattro… o boh. Solo che a me questo capita appunto la mattina presto, mentre ora sono già le 10. Verso l’acqua nel bollitore e osservo Lana di sottecchi. Riempie meccanicamente il filtro di caffè, pare la zuccheriera di mago Merlino. Si è creata ormai una specie di duna, ma Lana insiste nell’aggiungere cucchiaini. Il bollitore arriva a 100 gradi, scatta con un suono metallico e Lana si sveglia dalla trance in cui si trovava – forse sognava un nuovo lavoro, dato che non perde occasione per ripetere a tutti quanto
il suo sia noioso.
Ora si rende conto di avere messo troppo caffè: si guarda intorno senza trovare una soluzione (come se la cucina gliene avesse potuto trovare una), scrolla le spalle, avvita la caffettiera, la mette sul fornello e attiva la piastra alla massima potenza. E ovviamente, se ne va. In cuor mio so già come andrà a finire, penso che non siano affari miei, mi verso il tè e torno al lavoro.

Circa un quarto d’ora dopo, avverto una forma indefinita sfrecciare accanto alla mia scrivania. Non faccio in tempo a vederla ma mi pare di avvertirla farfugliare impanicata. E’ Lana che si sta precipitando in cucina, perché – TOH – s’è ricordata di aver lasciato il caffè sul fornello. Mosso da improvvisa curiosità antropologica – e bisogno d’ispirazione per il blog – torno anch’io in cucina: voglio vedere come reagisce. Seguo l’odore di gomma bruciata e la trovo indaffarata al fornello, avvolta da un tornado di fumi tossici che si erge verso la cappa accesa al massimo. Una scena apocalittica. Lana tossisce, sventola le mani, mugola, si lancia ad aprire la finestra. Le chiedo se le serve aiuto ma risponde che è tutto OK. E poi confermo il mio sospetto: si versa il caffè. Non riesco a trattenermi:

“Scusa ma non sa di bruciato?”

“Che cosa?”

“Il tuo cervello. Il caffè, Lana! Si sarà bruciato ormai.”

Lana ne gusta un sorso: “Hm, no non mi pare.

Per giunta ci versa un po’ di latte. Lo annusa prima, perché a volte il latte nella cucina dell’ufficio resta fuori dal frigo per giorni e alla fine diventa putrido. Mentre la nuvola tossica si dissipa, Lana mi chiede se posso annusarlo anch’io, perché lei non “capisce” e mi confida di avere paura del latte scaduto da quando lo aveva bevuto la mattina dell’esame di maturità e aveva passato la prova di matematica al cesso. Però l’ha superata. Brava Lana! Annuso anch’io. Tutto a posto. Bevi Lana e non piangere sul latte versato.

Lei torna a lavorare orgogliosa del suo caffè e io rimango in cucina senza parole.

mokaE’ in quel momento che mi viene in mente che potrei offrire corsi gratuiti ai colleghi tedeschi per imparare a fare il caffè. Dai che non ci vuole una laurea, no? Bisogna solo spiegargli ad esempio che nella caffettiera c’è una guarnizione – che si brucia se lasci il caffè a bollire per un quarto d’ora. Questa cosa mi fa incazzare, perché in ufficio abbiamo tre caffettiere e tutte e tre hanno la guarnizione bruciata! E nessuno se ne rende conto. Già che ci sono, potrei anche educarli al gusto per il buon caffè: dico, tu segretaria che fai l’office management, non mi comprare l’arabica da 1,50 € perché è OVVIO che non sarà mai buona. Manco la paghi tu, la paga l’azienda. Prendi una marca che almeno SEMBRI italiana. Tanto quelli che usano la caffettiera in ufficio sono la minoranza, così il caffè di buona qualità ce lo dividiamo in pochi. Lascia pure che gli altri usino: la famigerata macchinetta tutto fare in versione liofilizzata.

Quella macchinetta infernale. Con solo due tipi di polvere fa tutto: caffè, cappuccino, latte, cioccolata, tè, orzo, chai. Ci manca la pastasciutta. E non so perché ma io lo sento che fa male quella roba – forse perché ogni volta che ho attinto alle sue fonti poi mi sono piegato dai crampi? Mi chiedo di cosa sia fatto lo stomaco degli altri per poterne bere 4 o 5 tazze al giorno. No grazie, io rimango al mio noioso tè verde al gelsomino.

Terminata questa profonda riflessione esco dalla cucina e di nuovo Lana mi sfreccia davanti impanicata, ora però in direzione bagno.

Stai vedere che anche questa mattina qualcosa non ha funzionato.

Andrea

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